What We Do in the Shadows – Vita da vampiro: per un nuovo immaginario vampiresco

Viago, Vladislav, Petyr e Deacon sono vampiri. Insieme, condividono una grande casa polverosa alla periferia di Wellington (Nuova Zelanda), dove i loro giorni si trascinano identici ai secoli andati della trasformazione in non morti. Nonostante Deacon non lavi i patti da cinque anni e Petyr si astenga dalle faccende quotidiane sonnecchiando in un sepolcro di pietra in cantina, convivono in armonia. Durante un banchetto, però, la portata principale, lo studente universitario Nick, viene tramutata per sbaglio in uno strigoi. Dal quel momento iniziano i guai per i coinquilini infernali, costretti loro malgrado a fare i conti con gli usi e i costumi del nuovo millennio.

Sono trascorsi ormai quattro anni da quando “What We Do in the Shadows – Vita da vampiro” (2014) ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Torino Film Festival. Quattro anni in cui l’immaginario cinematografico vampiresco – Underworld – Blood Wars di Anna Foerster (2016) -, così come nei quarant’anni precedenti (e ancora più indietro, fino agli albori della settima arte stessa), è rimasto immutato; quattro anni, tuttavia, in cui il regista Taika Waititi – qui coadiuvato dall’amico di lunga data Jemaine Clement – ha cambiato pelle, passando da star locale – Boy(2010), film campione d’incassi in Nuova Zelanda – ad autore hollywoodiano di grido – grazie alla sceneggiatura di “Oceania” (2016) e alla regia di “Thor: Ragnarok” (2017).
Raffinati dandy in cerca d’amore e potere – si veda il “Dracula di Bram Stoker” di Francis Ford Coppola (1992), a cui il personaggio di Vladislav, l’impalatore sconfitto dalla “Bestia”, fa chiaro riferimento -; giovani belli e dannati tormentati da dilemmi morali – come nella saga di “Twilight” (2008-2012) -; incarnazione del Male assoluto alla ricerca di vergini da dissanguare – il “Nosferatu” di Murnau (1922), a cui è ispirato un altro personaggio della pellicola, Petyr, un novello Max Schreck, con la fronte sporgente e i denti aguzzi (e quell’abulia esistenziale che non può che ricordare l’omonimo herzoghiano del (1979) -: i vampiri di celluloide sono foggiati su questi e pochi altri modelli. L’opera di Waititi, al contrario, ha il merito di ripensare la figura del principe della notte, riuscendo a rianimare un corpo “morto”, privo, cioè, di spunti originali.

Il cast del film , il primo a destra è Jemaine Clement

Sfruttando la tecnica del mockumentary, il lungometraggio vira sui toni leggeri della commedia. Pur preservando il milieu tradizionale – interni fatiscenti (alla Edgar Allan Poe), abbigliamento eccessivo, canini esposti -, il cineasta neozelandese riesce comunque a rielaborare l’immagine del vampiro, impiegando l’ironia per mettere in scena una combriccola di succhiasangue alle prese con le difficoltà dell’era Skype. Un gruppo d’amici sfigati cacciati dai locali alla moda – quanto siamo lontani dal glamour di “True Blood” ! -; imbranati informatici – le sequenze al computer – in una periferia squallida e ai confini del mondo, il cui unico passatempo è importunare garbati lupi mannari.
Giovani aspetti, anime antiche, “vecchi” amori mortali – Viago e la sua bella novantenne – e digitaldivide, “What We Do in the Shadows” è questo e molto altro ancora: una parodia degli abitanti della notte che azzanna al collo i vampire movie, iniettando sangue fresco in un immaginario anemico.

Alessio Romagnoli

Autore dell'articolo: redazione

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