Un antieroe al femminile: Nora Durst e The Leftovers (Pt.3)

Il tragicomico, in bilico tra due mondi

«Poiché quelli che imitano, imitano uomini che agiscono ed è necessario che questi siano persone o nobili o spregevoli […], imiteranno uomini o migliori dell’ordinario o peggiori o quali noi siamo».

Aristotele, Poetica [1448a]

Il modo migliore per analizzare la figura dell’antieroe è di considerarlo in rapporto all’universo diegetico in cui agisce. Per questo, può essere interessante applicare al personaggio interpretato da Carrie Coon il modello morfologico sviluppa da Northrop Frye in Anatomia della critica (1957) – caposaldo della teoria letteraria. Rielaborando le intuizioni aristoteliche, Frye classifica πρόσωπον di un racconto in base alla loro capacità d’azione: superiore, inferiore o uguale alla nostra. Da questa prospettiva, quindi, Nora appartiene al così detto «mondo basso-mimetico», non essendo «superiore né agli altri uomini né al suo ambiente». È una persona comune che tenta di affrontare il dolore, elaborare il lutto e tornare alla vita dopo una tragedia immane e incompressibile.


Ci sono due circostanze drammatiche, tuttavia, che a mio avviso trascinano il personaggio al livello inferiore del paradigma, quello del mondo-ironico: l’apparente insensatezza della Dipartita (e la conseguente mancanza di risposte) e l’estensione globale della perdita – l’universo rappresentato da The Leftovers, seppur apparentemente identico al nostro, di fatto nasconde (in filigrana) una profonda frattura ontologica.


Nora, in un moto oscillatori perpetuo, interseca queste due dimensioni, originandone una terza che, in questa circostanza, vorrei ribattezzare mondotragicomico: una diegesi in cui lo spettatore osserva continue scene d’impedimento, frustrazione e assurdità che allontano il soggetto narrativo dal suo “oggetto valore” (obbiettivo) e da chi lo circonda.
Tutti elementi, quest’ultimi, che contraddistinguono l’esistenza della (vera) protagonista di The Leftovers e che, ad una attenta analisi, si riverberano anche sulla struttura del racconto: si pensi, ad esempio, al tagliente sarcasmo, alla lucida e disillusa indagine antropologica, con cui la serie affronta il fanatismo religioso – la setta dei Colpevoli Sopravvissuti e, soprattutto, il Santo Wayne.


A prima vista, gli eventi del 14 ottobre non hanno modificato le abitudini degli abitanti di Mapleton, così come quelle di Nora, madre affranta dalla perdita della famiglia (dimensione basso-mimetica); in realtà, il Rapimento ha totalmente mutato le (re)azioni degli esseri umani (della signora Durst in primis) e il loro modo di concepire la vita: la Menschheit si è tramutata in una «bambola vuota» (Visioni) -priva di prospettiva, cioè – “in posa” di fronte ad un’esistenza senza senso (dimensione tragicomica).
Esemplare, in tal senso, l’episodio Ospite (S:1).
Di giorno, Nora fa la spesa per i propri cari dipartiti – comportandosi come una moglie incapace di elaborate il lutto (eroe basso-mimetico) -; la sera, invece, assolda una prostituta per farsi sparare al petto – così che la sofferenza emotiva anestetizzi quella fisica. Comportamento apparentemente incoerente, inspiegabile, ma che in sostanza rispetta la prassi del “mondo nuovo”, tragicomico appunto, in cui la donna vive.

Tenace, cinica, sarcastica, Nora è questo e molto altro ancora.A differenza di altri personaggi della serie, per esempio, rivive volontariamente, e ripetutamente, il trauma della Dipartita (in maniera speculare ma opposta ai Colpevoli Sopravvissuti); questo perché il confronto vivo, nudo, con il dolore le permette di far sopravvivere il ricordo dei propri cari: se la sofferenza dovesse cessare anche la loro memoria svanirebbe, e lei con essa (Il mistero Nora).
Ciò nonostante, nel corso delle stagioni prova a cambiare. S’innamora, torna ad essere madre (grazia a Lily) e si trasferisce a Jarden, ma sono tentativi inutili perché ogni piccolo memento di Sudden Departure la fa ripiombare nella disperazione – come nel caso della scomparsa delle tre ragazze di Miracle.


Nella terza stagione, infine, dopo l’abbandono di Kevin, Nora getta la maschera della normalità, tornando ad essere la donna rabbiosa dei primi episodi. Così, dedicandosi anima e corpo alla ricerca della famiglia,  riuscirà a metabolizzare la perdita, ma solo trent’anni più tardi, quando morte e rinascita – l’ambiguo finale Il libro di Nora– le insegneranno ad amare ancora, a comprendere che l’uomo, malgrado il dolore (o grazie a questo), non può che andare avanti, proseguire il proprio cammino verso una metà sconosciuta.

 

Alessio Romagnoli

Autore dell'articolo: redazione

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