Suspiria (di Guadagnino)

Il remake di “Suspiria” è l’ultimo film di Guadagnino ed è diviso in sei atti più un epilogo. Una una ragazza (Dakota Johnson) appartenente ad una comunità Amish dell’Ohio emigra nella Berlino Est degli anni 70 per coronare il suo sogno di essere ammessa in un collettivo di danza contemporanea, che si rivelerà essere in realtà un pericoloso gineceo dedito ad arti occulte. Tutto intorno intanto il male nel mondo prende le forme più prosaiche del terrorismo di quegli anni, incarnati dalla banda Baader-Meinhof e gli strascichi dell’orrore nazista con le sue persecuzioni ed i campi di sterminio.

Il ballo è da sempre l’elemento scatenante dell’istintualità umana più basica e quindi è opportuno veicolo di liberazione ma anche di trasgressione e per questo una scuola di danza risulta un corretto alveo dove riambientare il rito ctonio di arcaici ed oscuri poteri. Fuori dalla scuola, grigia e fredda, c’è una Berlino perennemente percossa da una pioggia battente quasi ne dovesse dilavare gli imperdonabili peccati del trascroso hitleriano, che negli anni settanta era ancora recente. Le inquadrature, la fotografia, i costumi, la scenografia insomma tutta la parte tecnica è sapiente ed ineccepibile. Impeccabile è anche la recitazione di Tilda Swinton, una della insegnanti della scuola e capo di una delle fazioni in cui il collettivo è diviso. Adeguata è anche la prova dei rimanenti attori del cast (anche se dopo questo film si è capito che il talento principale di Dakota Johnson, più della recitazione e senz’altro più del ballo, è quello di essere nata dopo suo padre Don Johnson). Eppure qualcosa non va, c’è un incantesimo fin troppo visibile che rovina il film, questo come molti altri, e che è imputabile alla scrittura.

Tilda Swinton

Premesso che una volta sospesa l’incredulità quel tanto per ammettere una fuga al contrario dagli USA alla Germania dell’est, anche le streghe e tutto ciò che ne consegue risulta plausibile, bisogna essere amanti della danza contemporanea, spesso piuttosto ermetica e che permea abbondanti porzioni della proiezione, per affrontare le due ore e trentadue minuti del film. I più fortunati sono gli attori che vengono tolti di mezzo prima della fine del film, soprattutto quelli che se ne vanno prima del quarto atto, quando tutto si ingarbuglia irrimediabilmente, la narrazione perde di focus e direzione e ci si rende conto che Amazon Studios ha immense fonti finanziarie, ma queste non bastano a fare un buon film. Per fortuna non ha niente a che vedere con il “Suspiria” di Dario Argento e se ne rallegrino , oltre al celebre decano dell’horror, anche gli appassionati del genere.

Dakota Johnson (al centro)

C’è un eccessivo compiacimento delle coreografie di danza che ad un certo punto prendono il sopravvento sulla storia senza che abbiano alcun costrutto a beneficio del racconto. Durante un paio di scene, talmente fuori contesto e naif, si scatena in sala un’ilarità non voluta che genera un certo imbarazzo. All’interno della trama è poi inserito un film nel film, una storia d’amore sullo sfondo dell’olocausto che guadagnino sembra voler contrabbandare all’insaputa della produzione. Un tema al quale dedica l’intero epilogo e addirittura l’immagine finale del film, come a dichiarare quali fossero le sue vere intenzioni: fare un film sulla danza e gli strascichi dell’olocausto. E’ un epilogo con un tardivo “spiegone” che non fa chiarezza sulla confusa genesi della setta e che serve forse a scusarsi con il pubblico ma soprattutto con Dario Argento.

Minnesota Fez

Autore dell'articolo: redazione

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