Sulla mia pelle

Sulla mia pelle, proiettato in anteprima il 29 agosto 2018 nella sezione Orizzonti della 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove è stato film d’apertura ed ha ricevuto sette minuti di applausi, è il secondo film di Alessio Cremonini, già regista televisivo e sceneggiatore. Distribuito in sala in concomitanza all’uscita su Netflix (diversamente dal primo film italiano targato Netflix, Rimetti a noi i nostri debiti di Antonio Morabito), Sulla mia pelle è stato addirittura piratato con proiezioni pubbliche gratuite di scarsissima qualità (a Milano su un lenzuolo!!!) penalizzandolo di fatto rispetto alle sale. Il regista Alessio Cremonini ha condiviso un post di Gianmaria Tammaro, recentemente ripreso anche da ilfattoquotidiano.it in un articolo di Davide Turrini dove si legge: “Spesso i centri sociali e chi è impegnato politicamente si lamentano del fatto che nei media mainstream vengano raccontate poche storie  di interesse comune e “socialmente” importanti. Lucky Red e Netflix hanno scelto di credere in un film come Sulla mia pelle. Vederlo in piazza, gratis, non aiuta. Servono risultati per continuare a girare questo tipo di film e per dare sempre più spazio a storie come quella di Stefano Cucchi. E i risultati non sono post su Facebook, condivisioni, retweet o stories su Instagram. Sono biglietti staccati, incassiabbonamenti”. Come non condividere, una volta tanto che il cinema italiano non inventa per raccontare?

Il film racconta la tristemente nota vicenda della morte in carcere di Stefano Cucchi, rimbalzato nell’ultima settimana della sua vita da caserme a ospedali senza che nessuno si accorgesse delle sue critiche condizioni di salute, aggravate da un pestaggio subito dai carabinieri. Cremonini sceglie la strada impervia della rarefazione, del caos calmo, della banalità del male attraverso una superba interpretazione di Alessandro Borghi, letteralmente prosciugato non solo nel fisico (possiamo ben dire alla Matthew McConaughey o alla Christian Bale) facendo un lavoro di sottrazione: posture nevrili che non esplodono, sghembe e tese e deformate dall’assurdo, parole non dette o appena comprensibili, rarefatte, sputate e destinate a non essere ascoltate, autolesionismo fatale. E il contorno aiuta il personaggio a non sopravvivere: le luci livide come la pelle di Cucchi, o abbacinanti, sparate o sporche, mai “normali”, e ambienti ovunque squallidi che non connotano una città ma un sistema distorto e stupido che alligna, come nelle soggettive allucinate del protagonista che vedono scorrere i soffitti dalla barella; le persone in vario modo coinvolte sono spesso figure sfuggenti, lontane dalla mdp come dalla realtà, inquadrature di pezzi di corpi di medici e infermieri che sembrano passare lì per caso senza lasciare traccia, non accorgendosi del letto di Procuste dove giace il ragazzo; battute fuori campo come voci estranee e lontane, ovunque una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni. La stessa famiglia del giovane resta impotente, impossibilitata dalla macchina burocratica a vedere il proprio figlio detenuto in attesa di giudizio, cui il film di Nanni Loy e Alberto Sordi il lavoro di Cremonini pare lontanamente o inconsciamente ispirarsi per il processo kafkiano degli eventi, e solo alla fine, quando la consapevolezza del cadavere sul lettino autoptico dell’obitorio (che ricorda il letto di contenzione del Pasolini di Mamma Roma) rende una struggente vivida tragica chiarezza, la sorella diventa la leonessa che conosciamo dalle cronache.

Cremonini ha il coraggio di fare del cinema politico alla Costa-Gavras; attraverso il genere carcerario sfrondato dai suoi topoi ci restituisce senza dare giudizi una storia preoccupante per l’assurdità di come a volte le istituzioni prendano una piega sinistra. Borghi si conferma attore eccellente, coadiuvato da una serie di bravi caratteristi tra cui un convincente Max Tortora nel ruolo del padre, dolente, amorevole e disperatamente rassegnato.

Gaetano Gentile

Autore dell'articolo: redazione

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