Lake Mungo, un mockumentary horror sull’elaborazione del lutto (e dell’immagini)

2005, Ararat (Australia).
Improvvisamente mancata all’affetto dei suoi cari all’età di sedici anni,
Alice Palmer.
Ne danno doloroso annuncio i genitori Russell e June, e il fratello Mathew.

2008. A tre di distanza, la famiglia Palmer rivive il lutto davanti all’obiettivo di una macchina da presa.
Con voce tremante e occhi lucidi, raccontano la loro storia, quella di oscure presenze che, dal giorno dell’annegamento della figlia, infestano la casa; la ricerca, con l’aiuto di un medium locale, delle reali cause della morte di Alice; la tragica scoperta di un destino già segnato. Passo dopo passo, immagine dopo immagine, nello sgranato 35mm che ricostruisce l’intera vicenda.

Il mockumentary utilizza il linguaggio specifico del documentario per presentare eventi finzionali come fossero reali. La definizione è importante, se, come spesso accade, si confonde questo sotto-genere con il suo sosia: il foundfootage. In ambito horror – quello che con maggior disinvoltura ha sfruttato tali tecniche -,  “Behind the Mask – Vita di un serial killer” di Scott Glosserman (2006) è un ottimo esempio di falso documentario, al contrario di un film come ParanormalActivity di Oren Peli (2007), totem del “metraggio ritrovato” – letteralmente: le pellicole in questione, infatti, sono da considerarsi come rinvenimenti (diegetici, naturalmente) di filmati amatoriali. Dettagli, penserete, certo, ma è la critica a vivere di dettagli.

Un’immagine tratta dal film

In tal senso, “LakeMungo” (dal “lontano” 2008) incarna alla perfezione il modello documentaristico: interviste, inserti di (presunto) materiale d’archivio, ricostruzione dei fatti. Ma è soltanto l’aspetto formale, perché sotto la scorza del realismo d’inchiesta batte un cuore di tenebra: “l’(h)orrore”…

Una claustrofobia ghoststory –già dai titoli di testa, spettri fotografici -, con un intreccio mystery alla “TwinPeaks” (di David Lynch, 1990-1991) – il paesino del bush ritratto come un covo di vipere e l’innocente ragazza con un un lato oscuro (Alice/Laura Palmer).

La tensione è palpabile, l’angoscia strisciante; l’inquietudine raggela il sangue e penetra nel paesaggio – “WolfCreek” di Greg McLean (2005) -, deformandolo – il desertico lago Mungo, un cratere marziano. Un’opera disturbante, che affronta un tema delicato, l’elaborazione del lutto, senza alcuna retorica. Superare la perdita è possibile, anche se complicato: come fa Mathew, manipolando la realtà per serbare il ricordo di Alice, o June, evocando lo spirito della figlia con l’aiuto di un medium.
E come se non bastasse, Joel Anderson (il regista) impreziosisce il proprio lavoro con una riflessione metatestuale. Nei video e nelle foto di Mathew, infatti, fotogramma dopo fotogramma, lo statuto ontologico delle immagini viene messo in discussione, rilanciando la posta in gioco – la morte di Alice -; fino ai titoli di coda, che conferiscono alla storia un significato ulteriore – o forse lo compiono, come in “Moonrise KingdomUna fuga d’amore” di Wes Anderson (2012). Ogni fotografia è un’illusione, un fantasma: tracce di ciò che un tempo esisteva e che adesso è svanito. Menzogne, spettri. Ombre della verità, come nel mockumentary, come nella vita.

 

Alessio Romagnoli

Autore dell'articolo: redazione

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