La parabola del cinema

La domanda che tutti gli operatori fanno ed alla quale alcuni già rispondono affermativamente è se il cinema sia in coma e la televisione lo stia inglobando.

Quindi non più crisi del cinema, ma fine di una parabola durata oltre cento anni, nemmeno tanto, e fine di tutto quello che la rappresenta, pellicola, sala, buio, divi.

Gli incassi nazionali vanno in quella direzione, dimostrando che il cinema lo frequentano, e poco, solo i giovani, che i prodotti che il nostro legislatore chiama “difficili” sono evitati accuratamente dal pubblico e che le idee diventano sempre più rare e confuse. Anche Cannes quest’anno ha dimostrato che non basta più il tappeto rosso per far agitare le folle, e che le star di una volta hanno perso il loro potere attrattivo, passato in breve ad altri personaggi quali i politici innanzitutto, o i calciatori, o i protagonisti di reality e saghe televisive.

Cate Blanchett in Okja di Bong Joon-ho, simbolo del conflitto Netflix-cannes

Se tutto questo è vero, il cinema è stato ucciso dalla tecnica, come quasi tutto l’esistente, che è giornalmente macinato dalla ricerca e da una sempre più veloce presa di possesso dell’uomo, non più inteso come centro dell’umanità, ma come passivo ricettore di messaggi che hanno come primario scopo quello di renderlo dipendente e fargli spendere soldi. La persona è oggi una macchina che lavora compulsivamente per pagare tutto quello di cui si è circondato e che in teoria dovrebbe consentirgli di vivere meglio, senza alcuno sforzo. In questo senso le strutture vengono sostituite da nuove strutture, che se apparentemente consentono ad ognuno di non muovere un dito, sostanzialmente lo costringono a massacrarsi alla ricerca del denaro per non muovere un dito. Così sta avvenendo per il cinema, che non deve essere più raggiunto, ma ti viene portato in casa, in bagno, in auto, in quantità industriali a patto di pagare salati o modesti abbonamenti per tutta la vita.

Così, senza parcheggiare, senza alzarsi dalla poltrona, spesso senza scegliere, che è comunque una fatica, il pubblico riceve passivamente decine di film di tutti i generi, e lì può vedere mangiando, senza audio, come sottofondo, in ospedale, in prigione.

A che serve la sala? A nulla, le strutture delegate si sono arrese e i produttori sono stati i primi a tradire il loro orticello, attratti dai guadagni molto più agevoli, offerti dalla televisione.

Che bisogno c’è di produrre capolavori se poi chi li guarda è a tavola o ha i piedi sul tavolino o quattro ragazzini intorno che urlano: basta fare un prodotto dignitoso, quello che vuole la Andreatta, con il regista che vuole Lei, gli attori che Le piacciono e chissenefrega se non viene fuori il prodotto del secolo!

Il cinema no, è arte, devi stare zitto, al buio, e concentrato, oppure è grande spettacolo costoso, quello che noi non possiamo produrre, quello che impressiona i bambini e i ragazzi, quello che fanno gli americani. Ed ecco la nostra parabola nel segmento più discendente: sì, il cinema è in coma, lo hanno ucciso la tecnica ed i politici che hanno sposato la televisione.

Siamo nelle mani di Netflix e di Fazio; non c’è altra soluzione tranne quella di ricominciare a leggere i libri.

Michele Lo Foco

Autore dell'articolo: redazione

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