Il racconto cinematografico come esperienza di finzione del tempo

  • Un’introduzione

«Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so;
se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più.
E tuttavia io affermo tranquillamente di sapere che se nulla passasse
non ci sarebbe un passato, e se nulla avvenisse non ci sarebbe un avvenire,
e se nulla esistesse non ci sarebbe un presente»

Agostino, Confessioni, libroXI

 

Nell’oscurità, i tuoi occhi non riescono a mettere a fuoco ciò che li circonda, proscritti dal regno della luce. Per un istante ti senti frastornato quando rumori e bisbiglii prendono d’assalto le tue orecchie: indietreggi nel vuoto, vacilli nel buio. D’un tratto, però, come d’incanto, un fascio iridescente squarcia le tenebre. In cerca di salvezza, le tue pupille si aggrappano a quella scia luminosa, trascinate, arrendevoli, fino ad uno schermo; immagini, allora, come fantasmi opalescenti, prendono vita… adesso puoi distinguerle chiaramente.
Shh! Silenzio, la pellicola sta per cominciare. Il film è iniziato; il film è finito. Com’è possibile?! Due ore in un attimo; mille anni in un minuto: l’uomo esplora la terra, solca il mare; l’uomo indaga l’universo, viaggia nello spazio. L’incantesimo della lanterna magica! Eoni raccontati in pochi istanti, secondi dilatati in ore.
«Il tempo è un fanciullo che gioca con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno» [Eraclito, Frammento n. 48], ed il cinema è esattamente come quel bambino: gioca con il tempo, piegandolo al proprio volere; ciò che noi, poveruomini, non riusciamo a fare…
Tempo. Tempo che scorre, che fluisce, che passa; tempo che rallenta, accelera, si arresta. Tempo e tempi: storia, memoria, ricordi, sogni, visioni, speranze. Passato, presente, futuro. L’uomo è immerso nello Zeitma non riesce ad afferrarlo, ci sfugge come l’acqua dal palmo della mano. Χρονος non è umano, è
dis-umano. Non ci appartiene, è proprietà altrui… dei Titani, di Crono, che, sprezzante, lascia sull’umanità e su ciò che crea la sua impronta sgretolatrice.
All’arte, al cinema, dunque, il compito di riappropriarsene.

  • Condicio sine qua non: capisaldi teorici

Il presente saggio si proporne di dimostrare la tesi secondo la quale il racconto – letterario o cinematografico che sia – possegga la capacità innata d’esprimere la stessa esperienza temporale esperita dall’uomo.
«Fra le forme linguistiche rivelatrici dell’esperienza soggettiva» scrive Benveniste ne “Il linguaggio e l’esperienza umana” (1965) «nessuna è così ricca come quelle che esprimono il tempo». Ciò significa, di conseguenza, applicando la proprietà commutativa, che ogni forma linguistica espressione del tempo è anche rivelatrice di un’esperienza soggettiva.
Il tempo dell’uomo, quello della vita vissuta, della quotidianità, è di tipo cronico, scorre in un unica direzione, non può essere alterato. Ciononostante, «quell’osservatore che è ciascuno di noi» prosegue Benveniste «può spingere il proprio sguardo sugli avvenimenti conclusi, ripercorrendoli nelle due direzioni dal passato verso il presente o dal presente verso il passato. La nostra stessa vita fa parte di questi avvenimenti che la nostra visione discende o risale. […] Il tempo cronico, fisso nella storia, ammette una considerazione bidirezionale, mentre la nostra vita vissuta scorre […] in un solo verso». L’esistenza (tra)scorre incessantemente, sempre in avanti, come una freccia: un senso unico – è unidirezionale, come la “storia” (Gerard Genette). All’uomo, tuttavia, è concesso di (ri)percorre tale traiettoria (temporale) in una duplice direzione (la «bidirezionalità» benvenistiana):dal presente al passato (o viceversa), come nel caso «delle nostre ricordanze», che sono «uno dei modi di far nostra ed umanizzare la cronicità» – per esprimerci con le parole di Lucio Lugnani contenute in “Del tempo: racconto, discorso, esperienza” (2003) -; oppure dal presente al futuro, come quando «l’avvenimento non è ancora presente, sta per diventarlo e appare in prospettiva» [Benveniste] – ciò che Agostino, nelle Confessioni, chiamava «aspettativa».


Tale forma di attesa si muove dal presente al futuro, presentificando i «segni» dell’avvenire. Avvenimenti in prospettiva, quindi, ante-visti attraverso l’immaginazione, l’intuizione o la previsione, e che, come i ricordi e la memoria, sono «i materiali e le facoltà necessarie perché un’esperienza del tempo possa esistere»- «solamente in questo senso […] può darsi l’esperienza del futuro».
Per innescare questi meccanismi, ricorriamo alla durata interiore. L’essere vivente, infatti, umanizza il tempo facendone esperienza. Esperienza, tuttavia, che scaturisce soltanto dalla nostra interiorità
–l’uomo è oggetto del tempo in cui vive ma soggetto del tempo che vive.La temporalità interna pulsa nella nostra psiche, è il tempo dei nostri processi mentali: ricordi, sogni, aspettative. Nella nostra «anima» – il riferimento («In te, anima mia, misuro il tempo»), naturalmente, è alla distentio animi agostiniana: il triplice presente (memoria, attenzione e attesa) che si distende, contraendosi, all’interno dell’anima dell’uomo, il solo luogo in cui è possibile afferrare, e com-prendere, il Tempo -, nella nostra interiorità, dicevo, risaliamo e ridiscendiamo liberamente il tempo della (nostra) storia. E’ la durata interiore, perciò, ha renderci padroni di αἰών – l’Eterno -, e ha costringere Chronos, entità demoniaca, ad assumere sembianze sensibili, e per questo umane.
Con il tempo interiore ripercorriamo la cronicità, avanti e indietro, dal passato al futuro (e viceversa). Solo in questo modo possiamo fare esperienza dello Zeit, (com)battendo l’indifferenza della cronologia e la rigida logica del causa-effetto.
La durata interiore, però, resterebbe inespressa se non fosse raccontata. «Se non [venisse] narrata», infatti, «sarebbe condannata a restare recondita e non rivelata» [Lugnani], confinata nel nostro «animo». Il Tempo, pertanto, diviene tempo umano solo se espresso mediante il racconto – manifestazione, come visto, di una temporalità e, contemporaneamente, di una soggettività.

Emile Benveniste

In un testo, l’attività del narratore ricorda il processo (interno) con cui gli esseri viventi percepiscono l’αἰών. Il tempo del vissuto, in cui siamo invischiati fin dalla nascita, è assimilabile al tempo della storia. Allo stesso modo della cronicità del quotidiano, la fabula è composta da una serie di eventi disposti in ordine cronologico e consequenziale. Se questa analogia è valida, allora, l’istanza narrante è posta nelle condizioni migliori per poter sperimentare, in prima persona, un’esperienza del tempo che ricalca esattamente la nostra. Relazionandosi con il tempo cronologico della storia, il narratore genera una nuova dimensione non-cronologica. Dal suo «ininterrotto e inesteso presente» [Lugnani, e seguenti], l’istanza discorsiva, “imitando” la durata interiore dell’uomo, ripercorre senza alcun vincolo, piegandoli al proprio volere, gli eventi cronici della fabula: «Il racconto coniuga il senso dello scorrere inarrestabile del tempo vissuto, narrando una storia, con la capacità del discorso di risalire e rivedere quel vissuto e di contrapporre dunque un’altra temporalità ai rigori della cronicità».
Se ciò è vero, è ipotizzabile che le anacronie di un racconto alterazioni dell’ordine temporale – siano, in realtà, gli strumenti del narratore per esprimere un’esperienza (umana) del tempo. Dunque, potremmo considerare prolessi e analessi come le tracce lasciate dell’attività riflessiva dell’istanza narrante. Le anacronie, difatti, non possono essere generate dalla fabula, perché «appartengono esclusivamente al discorso».
L’enunciazione ripercorre liberamente gli accadimenti trascorsi, svelando «un altro tempo»; un tempo a-cronologico, analogo a «quello dell’umana esperienza». La parola narrante, abbracciando l’intero arco della storia (nella sua immodificabile cronicità), avvicina e sovrappone fatti (e tempi) distinti e distanti, destituendo la cronicità e introducendo una nuova struttura temporale non cronologica.
Si pensi, ad esempio, al caso di un’analessi sotto forma di ricordo, che «con la sua facoltà di ripercorrere fulmineamente il tempo a ritroso e in avanti, umanizza il tempo e lo esprime come esperienza, non come cronicità»; oppure, all’eventualità in cui il narratore dischiude una prolessi nel tessuto narrativo, replicando la nostra capacità di evocare eventi non ancora accaduti (durata interiore).
Come l’uomo rivive il tempo cronico attraverso la sua interiorità, allo stesso modo, l’istanza discorsiva rielabora adlibitum  la rigida consequenzialità degli eventi (della fabula). Ed è così he che “memoria” e “attesa” (finzionali) del narratore generano un’esperienza temporale composta proprio «da questi andirivieni assolutamente interdetti all’oggettività cronica».

 

                                

 

 

Alessio Romagnoli

 

Autore dell'articolo: redazione

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