CONTAMINAZIONI n° 9 – Il Rolex di Che Guevara

Il 1° aprile 1971, una giovane donna di nazionalità tedesca si presentò al Consolato della Bolivia di Amburgo per un visto e chiese di incontrare il console, Roberto Quintanilla Pereira, un colonnello dei servizi speciali dell’esercito boliviano passato alla carriera diplomatica. Dopo un po’ di anticamera fu ammessa nello studio del console e i due rimasero soli. L’incontro fu breve. Non sappiamo se ci fu una vera e propria conversazione o soltanto dei convenevoli. La donna estrasse una Colt Cobra 38 Special e sparò tre colpi uccidendo l’uomo all’istante.
Prima di fuggire lasciò un foglio di carta con scritto “Vittoria o morte” e la sigla ELN (Ejército de Liberación Nacional).
La moglie di Quintanilla, accorsa per gli spari, tentò inutilmente di fermare l’assassina che nella colluttazione si lasciò dietro una parrucca, la borsa e la pistola.

Quintanilla presenta il cadavere del Che

I documenti contenuti nella borsa svelarono la sua vera identità: Monica Ertl. Era nata in Germania nel 1937 ma dal 1952 viveva in Bolivia. Aveva “giustiziato” Roberto Quintanilla, colpevole di aver fatto scempio del cadavere di Ernesto Che Guevara tagliandogli le mani per consegnarle agli americani (così da poterlo identificare con certezza) e di aver ucciso Inti Peredo, compagno di Monica, che aveva assunto il comando della “guerrilla” in Bolivia dopo la cattura del Che.

Monica Ertl

Il governo boliviano mise una taglia di 20mila dollari sulla sua testa, una cifra enorme all’epoca. La pistola utilizzata per uccidere il console boliviano era stata regolarmente acquistata in un’armeria di Milano il 18 giugno 1968 da Giangiacomo Feltrinelli, nei cui confronti fu subito spiccato un mandato di cattura per complicità nell’omicidio. Feltrinelli, che aveva finanziato l’intera operazione, deve aver incontrato Monika Ertl nelle settimane precedenti. Da tempo si era dato alla clandestinità, che continuò fino a quando il suo corpo dilaniato dalla dinamite fu trovato sotto un traliccio a Segrate il 14 marzo 1972.

Giangiacomo Feltrinelli

Due anni dopo l’azione di Amburgo, il 12 maggio 1973, Monika Ertl cadde in un’imboscata a La Paz. Il suo corpo non fu mai restituito alla famiglia. Era l’unica figlia di Hans Ertl, operatore cinematografico che lavorò con Leni Riefenstahl nel celeberrimo film sui giochi olimpici di Berlino del 1938. Hans fu poi fotografo e cineoperatore di Rommel in Africa. Pur non essendo un “nazista”, spesso veniva ricordato come “fotografo di Hitler” e sicuramente dopo la guerra non ebbe vita facile, tanto che nel 1950 decise di emigrare con tutta la famiglia per cominciare una nuova vita. Approdò in Cile ma l’anno dopo si trasferì in Bolivia, a Chiquitania, a 100 chilometri circa da Santa Cruz de la Sierra.

HANS ERTL e LENI RIFENSTAHL

Monika aveva quattordici anni quando iniziò l’esilio degli Ertl. La sua storia è nota. Un giornalista tedesco, Jurgen Schreiber, ha scritto un libro su di lei: “La ragazza che vendicò Che Guevara”. Rimangono invece molti dubbi intorno alla morte del Che, alle circostanze e convenienze che la favorirono. Molte le versioni dei fatti, piene di congetture e inesattezze, distorte dalla mitologia germinata attorno alla figura del guerrigliero/eroe per eccellenza, come il racconto celebrativo e ideologico “El mi amigo Che”, del giornalista argentino Ricardo Rojo. Diversi documentari sono stati realizzati sull’argomento e alcuni film, tra i quali quello del 1969 “Che!” di Richard Fleischer con Omar Sharif nei panni di Ernesto Guevara, e quello del 2008 di Steven Soderbergh “Che l’argentino”, con uno straordinario Benicio del Toro, premiato come miglior attore a Cannes.

Omar Sheriff interpreta El Che
Benicio Del Toro nei panni del Che

 

Il primo si può definire un “instant movie” ante litteram realizzato sull’onda dell’immediata mitizzazione del Che. E’ certamente un film datato e retorico ma non privo di coraggio: la posizione morbida nei confronti della rivoluzione cubana, alla quale viene riconosciuto il merito di aveva ribaltato la feroce e corrotta dittatura militare di Fulgencio Batista, non era per niente scontata a quel tempo.

Il film di Soderbergh, diviso in due parti, dura più di quattro ore: dal successo della rivoluzione cubana che sorprese il mondo e determinò un altro polo nel gioco della “guerra fredda”, alla fine del Che, braccato dall’esercito boliviano, catturato e giustiziato. Si percepisce molto bene il senso di sconforto e disorientamento che deve aver accompagnato Che Guevara nelle ultime settimane della sua vita, quando si accorse che la missione in Bolivia aveva persino meno senso di quella già fallimentare in Africa, ma il film non prende alcuna posizione su ciò che avrebbe senso cercare di ricostruire dopo tanti anni. A parte l’intrattenimento e la qualità degli interpreti è difficile comprendere la necessità di un’ennesima ricostruzione di uno degli episodi più discussi della storia recente, senza aggiungere nulla di nuovo, di significativo, senza rivelare nulla sulle forze in gioco che portarono alla fine iniqua del Che in Bolivia.

La lettura superficiale della realtà può essere fatale ed è proprio quello che gli successe in Bolivia nel 1967. “Cada macaco no seu galho” un proverbio che ho sentito in Brasile suggerisce di impegnarci in ciò conosciamo bene e non in quello che con arroganza pretendiamo di conoscere.

La missione in Bolivia era assurda per vari motivi. Il Presidente in carica, René Barrientos, era molto popolare: nonostante fosse arrivato al potere nel 1964 con un colpo di stato e avesse assunto come consigliere il criminale nazista Klaus Barbie, era stato poi democraticamente rieletto nel 1966. Padroneggiava le lingue tradizionali (Aymara e Quechua) e con il suo elicottero viaggiava continuamente, raggiungendo ogni piccolo borgo sperduto, dove spesso si ubriacava con i campesinos e si prestava a tenere a battesimo i loro figli.

René Barrientos Ortuño

La sua riforma agraria aveva già concesso molte terre ai contadini e quando il Che chiedeva aiuto ai boliviani con la prospettiva di un’equa distribuzione della terra, non si rendeva conto che la politica populista di Barrientos aveva già annullato un elemento chiave della sua strategia.

Anche il partito comunista boliviano fu poco collaborativo con il Che perché aveva ricevuto precise indicazioni dall’Unione Sovietica che lo considerava un elemento pericoloso e destabilizzante, specie dopo le sue aperte critiche ai pericoli dell’influenza sovietica in Africa con il discorso di Algeri del 24 febbraio 1964.

Il Che ad Algeri

Dariel Alarcón Ramiréz, detto “Benigno”, fu uno dei pochi sopravvissuti del gruppo del Che in Bolivia. Aveva combattuto al suo fianco dal 57’ e lo aveva seguito anche in Congo. Con due compagni, dalla Bolivia era riuscito ad attraversare il confine cileno. I tre sopravvissuti se l’erano cavata grazie alla protezione di Salvador Allende, allora Presidente del Senato. Al rientro a Cuba, Benigno fu accolto da eroe e fece carriera, ebbe cariche e riconoscimenti, ma nel 1996 fuggì a Parigi approfittando di un permesso dell’unione degli scrittori cubani e rinnegò la sua vita, accusando Castro di aver tradito la rivoluzione.

Fidel Castro

Le rivelazioni di Benigno sono interessanti per inquadrare meglio il disastro dell’avventura boliviana del Che.

«Cienfuegos e Guevara facevano ombra a Fidel. C’erano contrasti nel gruppo dirigente. Poi Cienfuegos morì in un misterioso incidente. Ero con Guevara in Congo, quando Fidel rese pubblica una lettera in cui Guevara dichiarava di rinunciare ad ogni incarico e alla nazionalità cubana. Il Che prese a calci la radio e urlò: Ecco dove porta il culto della personalità! Il comandante aveva scritto la lettera dopo il discorso di Algeri in cui aveva messo in guardia i paesi africani dall’imperialismo sovietico. Credo che quel discorso fu la sua condanna a morte.». 

Dariel Alarcón Ramiréz

Dal 2008 al 2013 ho viaggiato nove volte in Bolivia per le riprese di un documentario. Sapevo che il Che aveva trovato la morte proprio li, durante una della sua tante “crociate in difesa dei deboli”, braccato e accerchiato dalle forze reazionarie, con l’aiuto dei soliti americani che ne avrebbero chiesto l’esecuzione sommaria, senza immaginare che stavano contribuendo alla creazione di un mito. Era una lettura molto superficiale. Del tutto accidentalmente ho avuto poi accesso a delle informazioni dirette sulla morte di Che Guevara e dopo averle lasciate sedimentare per un po’ mi sono deciso a scriverne, nonostante l’argomento sia quasi “intoccabile”. Mi sento legittimato dalla mia grande fiducia nella logica…

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.”

E’ importante ricordare ogni tanto le parole di Pier Paolo Pasolini che con il suo indimenticabile intervento sul Corriere della Sera (14 novembre del 1974) definisce il senso più profondo del nostro lavoro e la responsabilità che comporta.

Pier Paolo Pasolini

Dopo il fallimento della missione in Africa il Che era tornato a Cuba, dove ormai stava diventando sempre più scomodo per Fidel Castro. Il suo carisma era enorme, la sua popolarità ingombrante. La sua natura di guerrigliero e il suo carattere poco si adattavano alla gestione del potere politico e a tutte le problematiche e burocrazie annesse e connesse.

La mia amica Eloisa Lopez-Gomez è nata in Brasile ma i suoi genitori emigrarono da Cuba: il padre nel 1961, la madre nel 1966. A firmare i documenti di espatrio per sua madre fu proprio Ernesto Guevara, appena tornato dall’Africa. Eloisa sperava che sua madre avesse conservato quel “foglio di via”, ma purtroppo è andato perduto.

Fidel castro e il “Che”

Se pure è logico e ovvio, rimane sorprendente come i frammenti di storie lontane s’intersecano nel mondo in luoghi e piani temporali differenti, e questo frammento che Eloisa mi ha riportato suggerisce un Che “piccolo burocrate”, obbligato ad applicarsi nelle noiose mansioni pratiche che la sua carica istituzionale a Cuba necessariamente comportava, lontana dall’esistenza avventurosa dei campi di battaglia.

D’altra parte a Cuba non sarebbe mai potuto diventare “Fidel” essendo lui argentino, uno straniero quindi, nonostante tutto. Il suo sogno era di portare il modello della rivoluzione cubana anche nel suo paese, dove a pieno diretto sarebbe potuto diventare il “leder maximo”.

Nel 1962 in Argentina un colpo di stato militare aveva fatto cadere il presidente Arturo Frondizi. Jorge Ricardo Masetti fu l’unico giornalista argentino a coprire la rivoluzione cubana e si fermò alcuni anni a Cuba dove nel 1959 fondò e diresse l’agenzia si stampa ufficiale del governo rivoluzionario “Prensa Latina”. Tornato nel suo paese nel 1963 con un gruppo di guerrilla tentò di far partire la rivoluzione anche in Argentina, ma dal 1964 scomparve nella giungla, si persero per sempre le sue tracce.

Jorge Ricardo Masetti

Il Che, che voleva ripartire da dove Masetti aveva lasciato, non ascoltò i consigli dei suoi compagni boliviani che suggerivano di concentrare l’azione a nord est, una zona che conoscevano bene, dove potevano contare sull’appoggio della popolazione locale, ma si ostinò invece a spingersi a sud, verso il confine argentino appunto. Con soli trenta uomini, senza appoggi, braccato da tremila soldati, la sua fine era già scritta.

La sua prigionia durò solo un giorno, in una baracca nei pressi del villaggio La Higuera, dipartimento di Santa Cruz. La decisione di giustiziarlo fu presa molto rapidamente, non dai soliti americani come erroneamente si crede (che avrebbero preferito interrogarlo a dovere) ma dal presidente dalla Bolivia. René Barrientos era reduce da una vicenda analoga che non voleva si ripetesse: il caso Debray. Qualche mese prima, giornalista francese, uno dei componenti della guerrila del Che era stato catturato.

Jules Régis Debray

 

L’intenzione della giustizia boliviana era di metterlo a morte ma con il passare dei giorni si era sollevata una grade protesta. Oltre al governo francese e alle varie ONG, per salvare la vita a Debray firmarono importanti intellettuali di molti paesi del mondo tra i quali gli italiani Ungaretti, Pratolini, Moravia, Pasolini, Fellini, Silone…

Alla fine Barrientos fu costretto a cedere: Debray fu liberato.

Per questo motivo quando il Che fu catturato, la decisione di eliminarlo fu presa in meno di ventiquattro ore.

Jules Régis Debray è considerato da molti il vero traditore di Che Guevara, quello che avrebbe fornito le informazioni utili alla sua cattura. Il suo avvocato ha reso pubblica una lettera scritta da Debray durante la prigionia, nella quale comunicava di aver raggiunto un accordo con il governo boliviano… ma questo è un elemento secondario del puzzle.

Ecco come andarono le cose.

Nel 1967 Gary Prado Salmòn era un giovane Capitano dei Rangers dell’esercito boliviano, aveva solo 28 anni quando il gruppo al suo comando catturò il Che a la Quebrada de Churo.

Gary Prado Salmon

A differenza delle varie versioni, più o meno romanzate, fu lui l’ultima persona a parlare con Che Guevara prima della sua esecuzione. Gli comunicò che la decisione era stata presa e che l’ordine sarebbe stato eseguito. Il Che gli affidò il suo Rolex, chiedendogli di farlo avere alla sua famiglia. Fu Mario Teran, un soldato semplice di 27 anni, a premere il grilletto.

Anni dopo Gary Prado ebbe modo di mantenere la promessa e consegnò il Rolex all’ambasciatore cubano, che a sua volta lo fece arrivare alla famiglia Guevara.

Una foto del “Che” con il Rolex GMT

E’ probabile che esistano diversi Rolex del Che e altre storie e particolari che li riguardano (come a Zanzibar esistono diversi luoghi dove sarebbe nato Freddie Mercury)… ma questa versione, una testimonianza diretta di Gary Prado, mi sembra la più attendibile e anche la più bella.

Le imprecisioni sul momento della morte di Che Guevara sono anche dovute al fatto che nell’esercito boliviano c’erano ben tre Mario Teran. Un giornalista americano intervistò un “Mario Teran”, ma non era lui il boia di Che Guevara. In cambio di qualche centinaio di dollari, l’omonimo soldato, che come tutti conosceva bene la storia, andò a braccio e anche per compiacere il giornalista offrì una versione romanzata dei fatti, quello che voleva sentire.

Mario Teran

A Montero, dove ancora oggi vive Mario Teran, c’è una cultura contadina molto semplice, dove “farsi belli” di fronte agli altri è qualcosa di impensabile. Il vero Mario Teran non ama parlare di quell’episodio ma assicura che nessuno gli ordinò di uccidere il Che, fu lui a offrirsi volontario perché poco tempo prima la guerrila aveva ucciso il caporale Kalani, il suo migliore amico, e altri soldati dell’esercito boliviano, tutti giovanissimi.

Si trovano molti resoconti di quelle ultime ore del Che nelle quali si afferma che gli ufficiali gli fecero bere una bottiglia di Rum affinché si facesse coraggio di fronte alla prospettiva di uccidere il grande uomo. Ciò non corrisponde al vero. Mario Teran era pieno di risentimento: entrò nella baracca dove il Che stava seduto con le gambe appoggiate a un tavolo. Gli avevano sparato alle gambe e la ferita doveva essere molto dolorosa: teneva il capo chino, con una smorfia di dolore. Non alzò mai lo sguardo. Senza tergiversare e certamente senza alcuno scambio di parole con la sua vittima, sparò una prima raffica di mitra, si avvicinò e sentì un rantolo… Saprò una seconda raffica per finirlo, giustiziando quello che per lui era un assassino e non un mito.

La famosa foto di Alberto Korda, icona del 68’, è ancora oggi tra gli scatti più famosi della storia della fotografia e ha contribuito a fare dell’immagine del Che una presenza familiare per diverse generazioni in tutto il mondo. La foto che ritrae Che Guevara morto, altra icona che ricorda il meraviglioso “Cristo morto” del Mantegna (conservato nella Pinacoteca di Brera), fu scattata dopo aver lavato il suo corpo, sistemando anche barba e capelli.

Il Cristo del Mantegna

Certi scatti hanno caratteristiche misteriose e permettono di consegnare al mito il soggetto che riproducono, risultato di un’equazione che combina l’intuizione geniale del fotografo con le circostanze della vita del soggetto in rapporto al momento storico. Magiche coincidenze che, come per le storie d’amore, rimarranno sempre un mistero che fa sognare.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

 

PS

Devo ringraziare il mio amico boliviano, Hugo Acha (ingiustamente perseguitato dal regime di Evo Morales, rifugiato politico a Miami) per tutte le informazioni utili che mi ha fornito e per avermi aiutato focalizzare questa vicenda lontana nel tempo, avendo conosciuto personalmente la maggior parte dei testimoni che ho citato, persino il “boia di Lione” Klaus Barbie, che quando Hugo era un bambino (biondissimo), aveva visto in lui un perfetto esemplare della “razza ariana”.

Autore dell'articolo: redazione

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