Ariaferma, una favola nel “Deserto dei Tartari” carcerario

Cinema

Una prigione chiude ma un manipolo di detenuti è costretto a restare. Uno sciopero della fame lega agenti e carcerati. Grandi Servillo e Orlando

Il carcere di Mortana, dove è ambientato Ariaferma, non esiste, ma Leonardo Di Costanzo apre il suo bel lungometraggio su un tappeto di canti e su una teoria di rocce-sculture che ci rivelano un coté sardo. La prigione in fondo è sempre comunque un’isola e come tale ha dinamiche che paradossalmente esondano la legge, inquadrando una peculiare comunità, con regole autonome e invalicabili, cui non sfuggono carcerati e carcerieri.

Mortana è una vecchia prigione ottocentesca che sta per serrare i battenti, ma quando tutto è pronto al trasferimento collettivo una dozzina di detenuti, per un cavillo burocratico, non riesce a trovare accoglienza in altri istituti di pena ed è costretta a restare nella vecchia struttura, che si trasforma in un Deserto dei Tartari buzzatiano. Viene da subito in luce un primo forte tema sociale, quello del sovraffollamento delle carceri (il film è ispirato dall’ex Guardasigilli Paola Severino), che Di Costanzo inquadra, ma da cui non si lascia imbrigliare, tenendolo sottofondo, perché è interessato soprattutto al magma umano che nasce e cresce negli spazi bianchi di vicende sociali complesse.

È un’espediente, quello di affrontare lateralmente un’istanza civile, che il regista campano ha già usato in due film precedenti, entrambi prodotti da Tempesta / Carlo Cresto-Dina con Rai Cinema e la distribuzione Vision Distribution: L’intervallo (2012), in cui due adolescenti, chiusi in un edificio abbandonato, sfiorano per un attimo l’idea di deviare le loro vite già segnate dalla camorra; e ne L’intrusa (2013), dove la moglie di un boss mafioso trova riparo in un centro che protegge l’infanzia dall’ambiente malavitoso che lo circonda.