Ammore e malavita

Ammore e malavita è il settimo lungometraggio per il cinema diretto dai Manetti bros., registi e produttori attivi da diversi anni, con una lunga militanza nel videoclip e attivi in tv con la serie dell’Ispettore Coliandro dal 2006.

I registi romani, ammaliati dall’esperienza del precedente Song’e Napule (2013) tornano nella metropoli partenopea e rispolverano un genere caro al popolo napoletano: la sceneggiata al cinema, già vivissima negli anni Venti con la mitica Miramare film (circa 100 film all’attivo) e di nuovo in auge – dopo qualche anno di oblio – negli anni Settanta e Ottanta con i film di Mario Merola, il “re della sceneggiata” fino alle commistioni col poliziottesco, da Lacrime napulitane a Napoli… serenata calibro nove. Ma sarebbe ingeneroso ridurre Ammore e malavita a una mera rivisitazione della sceneggiata; molteplici sono le influenze che permeano il film, la cui idea nasce forse dal successo di La La Land (2016): dalla cromaticità bolliwodiana a echi del nostrano musicarello fino a citazioni esplicite sparse, dal tramacitato Agente 007- si vive solo due volte a Matrix a La parete di fango a Jackie Brown fino a Getaway. Inoltre c’è un discorso parodistico su Gomorra, non il film di Matteo Garrone (in Ammore e malavita c’è un cameo di Ciro Petrone) ma la serie che più ha influenzato e re-innescato il cinema napoletano: una delle scene iniziali è stata girata alle famigerate vele di Scampia, location ormai stravista e simbolica della serie targata Cattleya. Ma i Manetti scelgono di mettere in scanzonata parodia musicale una realtà vista sempre come topos criminale.

La storia rivede in chiave pop lo schema classico della sceneggiata essa, isso e o’malamente, e mette in scena un improbabile boss re delle cozze Mattia Pascal suo malgrado (Carlo Buccirosso, strepitoso quando canta nella bara ma meno in forma di altre volte), una sguaiata femme fatale a là Crudelia Demon (brava Claudia Gerini anche se toppa qualche accento napoletano, al cui personaggio follemente cinefilo è dedicata una “biblioteca di Kurtz” fatta di dvd del calibro di Grease, Chocolat, Notting Hill, Il diario di Bridget Jones…), un ammazzasette buono, a metà tra Rambo e un eroe marveliano (Paolo Morelli, fallen angel e attore feticcio dei Manetti) con latente rapporto omosessuale col suo gemello vendicatore (Raiz, voce degli Almamegretta), una brava guagliona (la solare Serena Rossi) che risolve la storia a là Jackie Brown e un bel gruppo di caratteristi e cantanti napoletani tra cui Antonino Iuorio avvocato latinista, Franco Ricciardi e il grande Pino Mauro. La trama è complicata dall’eroe positivo che rincontra, per ucciderla, l’amore della sua adolescenza ma…, fino a un movimentato redde rationem con sorprendente twist finale. Ognuno dei personaggi ha una parte cantata e coreografata, il film dura ben 133’ ed è un minutaggio temerario. Ma la noia non affiora, le situazioni divertenti sono funzionali alla narrazione, e bisogna riconoscere il valore di ripercorrere un cinema italiano di genere dal passato glorioso, ormai fagocitato – tranne qualche bel tentativo come la trilogia di Smetto quando voglio – da commediacce pseudosociologiche e velleità autoriali senza speranza.

Gaetano Gentile

Autore dell'articolo: redazione

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