CONTAMINAZIONI n° 3 – THY FATHER’S CHAIR – Il silenzio abitato delle case

Tra le infinite connessioni spontanee che il nostro cervello continua a proporci, ogni tanto qualcosa ci commuove, come un linguaggio intimo e familiare che ci parla, perché fa parte della nostra vita o è radicato nel nostro passato. Quando uno di questi “pensieri evocativi” viene improvvisamente a galla, ci sembra per un attimo di leggere un significato profondo in quella che magari è una semplice associazione semantica, mnemonica o logistica. Un documentario piuttosto sorprendente di Antonio Tibaldi e Alex Lora mi ha ricollegato all’istante al “suono” di un libro di Marcello Fois :”Thy father’s chair… Il silenzio abitato delle case“. Antonio è nato in Australia, la terra di sua madre, ma è cresciuto tra un collegio in Svizzera e Milano. Ha continuato i suoi studi di cinema in California, a CalArts. Ha sposato un’americana, Allison, incontrata in aereo, e da una trentina d’anni vive con lei a New York. Due figli.

Il regista Antonio Tibaldi
Il regista Antonio Tibaldi

Il suo primo lungometraggio autobiografico, “On my own” del 1991, una co-produzione Italia, Canada e Australia (con Judy Davis nel ruolo ispirato a sua madre), è stato prodotto da uno dei grandi del panorama italiano d’allora, Leo Pescarolo. Ci siamo conosciuti a Roma nel 1989 quando Antonio era venuto in Italia a mostrare i suoi primi lavori, bellissimi, realizzati in California.

Lo scrittore Marcello Fois
Lo scrittore Marcello Fois

Marcello è nato a Nuoro, nel cuore della Sardegna… la terra che ha raccontato e continua a raccontare nella maggior parte della sua prolifica produzione letteraria. Vive a Bologna dal tempo dell’università, dove ha sposato Paola. Anche loro hanno due figli.

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Il suo primo folgorante romanzo, “Ferro Recente”, è stato pubblicato nel 1992 da “Granata Press”, la storica casa editrice di Luigi Bernardi, riedito poi da Einaudi tascabili nel 1999, l’anno in cui ci siamo conosciuti: era il 7 di agosto; lo so perché la data è riportata nella dedica sulla mia copia del libro.

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“Thy Father’s Chair” nasce da una casualità.

Un’impresa di pulizie di New York decide di realizzare un video promozionale, per celebrare la propria serietà ed efficienza. L’occasione è un intervento molto particolare al primo piano di una palazzina proprietà di Avraham e Nehemiah, due fratelli gemelli, ebrei. Entrambi soffrono della medesima patologia che è l’estremizzazione della comune tendenza che noi tutti abbiamo ad accumulare oggetti e ricordi, con l’idea di poter trattenere qualcosa di significativo del nostro passato per traghettarlo verso il nostro incerto futuro… ma qui, questa tendenza ha raggiunto un livello impensabile e ci troviamo di fronte a due veri e propri “collezionisti di spazzatura”. Avraham e Nehemiah sono terrorizzati dalla prospettiva di perdere quei mille frammenti delle loro vite, come se rappresentassero qualcosa di fondamentale mentre a noi risultano insignificanti. A questa montagna infinita di cose inutili, spesso inutilizzabili, si aggiungono resti di cibo e rifiuti di ogni tipo, che hanno attirato miriadi di scarafaggi e altri insetti. Questi ospiti indesiderati hanno costituto vere e proprio colonie dentro i materassi: la casa ne è infestata, l’odore insopportabile. Gli inquilini del piano di sopra, dal cui affitto dipende la sopravvivenza dei due gemelli, si rifiutano di pagare fino a che la situazione non tornerà alla normalità. Anche al secondo piano, l’odore che sale dal basso è terribile e la presenza degli scarafaggi ormai fuori controllo. Grazie a questo necessario ricatto, quando i soldi in banca stanno per finire ecco che arriva la difficile ma inevitabile decisione di fare pulizia chiamando una ditta specializzata.

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Antonio ha colto al volo l’opportunità, intuendo che in questa condizione estrema ci fossero tutti gli elementi per raccontare una storia molto particolare che avrebbe fatto emergere in modo inedito alcune caratteristiche della natura umana, qui rappresentata dai due fratelli e dal loro mondo di solitudine e degrado, intrappolati da una patologia che ha costruito un muro attorno alle loro vite. Sì è così offerto di realizzare il breve video promozionale con un budget irrisorio pur di ottenere il premesso di montare, con lo stesso materiale, anche un film, in totale libertà. I due gemelli hanno accettato l’accordo, visto lo sconto notevole che l’impresa gli avrebbe fatto in cambio della possibilità di rendere pubblica la pulizia della loro casa. Per ognuno quindi, vantaggi in cambio di concessioni.

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Il silenzio abitato delle case” è una raccolta di racconti. E’ il secondo libro di Marcello che ho letto, poco dopo averlo incontrato, per cui i miei ricordi sono vaghi. L’ho cercato dappertutto ma non sono riuscito a trovarlo. Poi ho smesso di cercare e mi sono affidato all’eco che mi è rimasta in testa… credo sia più giusto così, in questa circostanza di richiami e connessioni evocative. Il racconto che mi ricordo meglio è quello ispirato all’attore francese protagonista del film “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, uno dei gradi film della storia del cinema. Jean Martin (è il suo vero nome) era l’unico attore professionista scelto dal regista, che invece per tutti gli altri ruoli scelse interpreti presi “dalla strada”.

Jean Martin nel ruolo del col Mathieu nel film "La Battaglia di Algeri"
Jean Martin nel ruolo del col Mathieu nel film “La Battaglia di Algeri”

Forse me lo ricordo meglio degli altri perché ho avuto modo di conoscere Pontecorvo quando era direttore della Mostra del Cinema di Venezia e questa connessione deve aver creato un aggancio che conferma le regole dell’arte della memoria. Nel film, il tenente colonnello Philippe Mathieu, arriva ad Algeri per applicare la sua ferrea metodologia repressiva quando la situazione con i partigiani algerini si fa critica. Nonostante i successi dell’ufficiale, il film suggerisce che la forza di volontà del popolo algerino è destinata a vincere contro l’ingiustizia e l’insensatezza del colonialismo. Nel racconto inventato da Marcello viene costruito un curioso parallelo tra l’inflessibile colonnello francese e il suo acerrimo nemico, rappresentato da un giovane algerino del Fronte di Liberazione Nazionale, in cui l’odio tra i due protagonisti sullo schermo si traduce, nella vita privata, in una storia d’amore omosessuale. Mi pare che un altro dei racconti sia la storia di due sorelle che s’incontrano nell’appartamento che apparteneva al padre, morto di recente. Come per i due gemelli di New York, lo spirito del genitore aleggia tra le mura dell’appartamento. A questo punto però mi è venuto qualche dubbio e ho telefonato a Marcello che era in vacanza in Sardegna sul golfo di Orosei. Anch’io stavo per partire per la Sardegna per andare a trovare dei cari amici dalle parti di Cagliari, Tonino a Maria Antonietta Marongiu. Lui è stato in Africa per metà della sua vita, come ambasciatore delle Comunità Europea… adesso è in pensione. Entrambi hanno un’infinità di storie bellissime da raccontare. Ho spiegato a Marcello che non riuscivo a trovare il libro… che mi servivano un po’ d’informazioni per scriverne.

“Ma quanti sono i racconti…?”

“Saranno sette o otto, non mi ricordo…”

“Ho provato a telefonare a Feltrinelli ma mi hanno detto che è fuori catalogo.”

“Eh, sì. Avevo parlato con Einaudi per ripubblicarlo. Si vedrà.”

“Sono passati più di quindici anni… Mi ricordo poco. C’era il racconto sull’attore della battaglia di Algeri…”

“Ma no, quello è uno dei racconti di Gente del Libro!”

“Mh, ho fatto confusione… Edizione Marcos y Marcos, quello con la copertina arancione?”

“No, quello è Picta! Gente del libro è blu.”

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“Ah… Però c’è il racconto delle due sorelle che s’incontrano nella casa del padre…”.

“No! Quello è L’importanza dei luoghi comuni.”

“Beh, ho sbagliato tutto allora…”

“Ma no, dai… Hai solo messo insieme un po’ di cose. Il silenzio abitato delle case è il titolo di un quadro di Matisse… C’era il racconto del padre che chiude in casa la figlia tossica… e… ”

“E poi…?”

“Poi… Eh, non mi ricordo niente… Ormai faccio confusione tra le varie raccolte… Ce n’era uno che era ambientato in un carcere… ma non mi ricordo se è un racconto di Nulla o di Picta.”

“Senti… Sarò a Cagliari dai Marongiu da sabato a lunedì…”

“Ah, bene…! Lunedì devo proprio venire a Cagliari. A che ora riparti?”

“Con l’ultimo volo, verso le nove di sera.”

“Cerchiamo di vederci allora…”

“Dai… Ti chiamo lunedì mattina. Cerca di arrivare in tempo.”

“Se hai bisogno del libro sarò e Bologna dal venti e posso fatti delle fotocopie…”

Poi gli ho raccontato qualcosa del film di Antonio e delle coordinate che vedevo nella “contaminazione” con il suo libro… per quanto il ricordo che ne avevo si fosse dimostrato ancor più che vago. Nella prima parte del film di Antonio c’è solo Avraham, Nehemiah non è presente. Il capo dell’impresa di pulizie insiste, e finalmente riesce parlargli al telefono poiché c’è la necessità di sbarazzarsi di una quantità di cose, molte delle quali appartengono a lui e quindi è il caso che ritorni subito a se vuole che sia fatta una selezione. “Altrimenti buttiamo via tutto…” è la minaccia.

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Dapprima c’è un rifiuto persino ad affrontare l’argomento. Preoccupato Avraham interviene: “Non parlargli così… Non lo spaventare!” Nehemiah, che vive altrove, era ignaro che la temuta pulizia fosse già iniziata. Finalmente si presenta, e per un attimo ci fa sembrare Avraham quasi normale. Nei sette capitoli del film si procede con l’impresa titanica della pulizia della casa, giorno dopo giorno, mentre si definiscono i ruoli e si chiariscono le posizioni tra i “soccorritori” e i gemelli, che piano piano si convincono di aver bisogno di quell’aiuto. Pur mantenendo una cauta distanza, a un certo punto comincia a esserci un po’ di fiducia e, da parte di entrambi, ognuno a suo modo, inizia un’ambigua volontà collaborativa con gli invasori.

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Ci sono dei momenti nel film in cui Antonio, che stava facendo le riprese protetto da una tuta di plastica, segue uno dei fratelli mentre si aggira per la casa, alla ricerca di qualche oggetto “fondamentale” da salvare. C’è un senso di disperazione e disorientamento per la possibile perdita di chissà quali tesori: un vecchio vestito della madre, un mucchio di scarpe spaiate, un amplificatore ancestrale, alcune vecchie tastiere di computer. Nehemiah si arrabbia perché la dispensa, piena ci cibi scaduti, è stata svuotata… ma poi, rassegnato, forzando la sua stessa volontà, si dimostra persino collaborativo nell’impresa di svuotare gli orrori contenuti nel frigorifero. A poco a poco la casa, grazie al lavoro indefesso dei cinque operai, comincia ad avere un aspetto normale. L’immagine del poster, dove sul fondo Avraham siede sulla poltrona che era stata di suo padre (da cui il titolo), mi ha fatto pensare ancora al libro di Marcello. L’idea che lo spazio protetto di una casa sia un silenzio abitato, dove la presenza umana porta i suoi drammi, le sue speranze, le sue patologie… ed è come se le mura assimilassero tutto, modellandosi attorno a questo sistema complesso. I due fratelli hanno un candore straordinario che emerge dal loro disagio. Il loro timore è quasi commovente e pur essendo due esseri in qualche modo mostruosi, è difficile non provare affetto per loro. Le braccia di Avraham sono coperte dalle punture degli insetti che hanno invaso la casa e molti dei particolari di quel degrado possono fare ribrezzo, ma ecco che nei dialoghi con il capo dell’impresa di pulizie ci sono momenti di grande poesia, quando la natura umana, se pure così differente e in condizioni di estremo disagio, ci mostra comunque un lato solidale, dove l’etica del rispetto prevale su qualsiasi differenza. C’è un momento in cui Nehemiah ammette il suo problema con l’alcool, e vuota un bicchiere con la mano tremante, vittima di una doppia “addiction”, l’accumulo incontrollabile di oggetti e la dipendenza dal vino.

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Thy Father’s chair” è un film che percorre un filo invisibile, sempre teso, dove non sembra accadere nulla di così importante, e invece, ecco che i piccoli movimenti tellurici nell’anima dei personaggi condizionano i “massini sistemi”, così, nel silenzio abitato della loro casa, come in un romanzo, ma scritto con la macchina da presa. L’appuntamento di lunedì con Marcello non c’è stato, troppe le variabili da coordinare, e poi la distanza tra casa Marongiu a Flumini e Orosei è di 230 km circa (passando per la strada statale 131). Tonino aveva invitato anche Marcello a pranzo, a mangiare il “porceddu”, ed era pronto ad aprire una preziosa bottiglia di Turriga (Cantine Argiolas) del 1995, per uno scrittore che rende onore alla Sardegna nel mondo… ma anche in mio onore: poi non l’abbiamo aperta e Tonino me l’ha regalata. Il porceddu al forno, cucinato da Maria Antonietta, con la cotenna croccante al punto giusto e un contorno di melanzane, era sublime.

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La confusione incrociata dei ricordi, miei e di Marcello, i racconti che vagano cercando una loro identità tra un titolo e l’atro come tasselli di un puzzle scolorito ma intriso della vita pulsante dei personaggi, l’incontro mancato, la bottiglia non stappata… hanno creato un casuale e perfetto contrappunto con l’indagine poetica e antropologica del film di Antonio, in un filo ideale teso tra le due isole, Manhattan e la Sardegna.

Ferdinando Vicentini Orgnani

Ferdinando Vicentini Orgnani

Autore dell'articolo: redazione

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